Italia importazione grano duro

Perché l’Italia è costretta a importare grano duro?

Ogni anno, l’Italia produce all’incirca 4 milioni di tonnellate di grano duro, ma per soddisfare la richiesta di molini e pastifici è costretta ad importarne altri tre.

In un articolo uscito il 29/07 su AgroNotizie1, Tommaso Cinquemani fa il punto sulla produzione nazionale di grano duro e sulle ragioni che spingono il nostro Paese all’importazione di tonnellate di materia prima dall’estero, soprattutto dal Canada. 

«Nel 2025 – scrive Cinquemani – l’Italia ha esportato circa 2,2 milioni di tonnellate di pasta. Un risultato reso possibile dalle performance dell’industria di trasformazione e dai consumatori esteri, tedeschi e americani in primis, che apprezzano il prodotto made in Italy».

Sommando le esportazioni ai consumi nazionali, tuttavia, ci si rende subito conto che «i campi italiani non stanno al passo». La produzione nostrana di grano duro, infatti, è di circa 4 milioni di tonnellate ogni anno, ma per ottenere un quantitativo di semola sufficiente per i pastifici e per gli altri settori che utilizzano questo cereale (ad esempio alcune panificazioni o la produzione di cous cous) il nostro Paese è costretto ad importare quasi tre milioni di tonnellate. 

Cinquemani riporta quindi alcuni numeri: «secondo i dati Istat elaborati da Areté, nel 2020 l’Italia ha prodotto 4 milioni di tonnellate di grano duro, salite a 4,14 milioni nel 2021. Il raccolto è poi sceso a 3,74 milioni nel 2022, si è attestato a 3,80 milioni nel 2023 e a 3,60 milioni nel 2024. Nel 2025 la produzione è stata pari a 3,67 milioni di tonnellate, mentre per il 2026 la Commissione Europea stima un recupero a 3,81 milioni». 

Un andamento decrescente, come osservato anche dall’analista di Areté Annachiara Saguatti, secondo la quale, nonostante in alcune aree le alternative al frumento duro siano limitate, i prezzi non hanno incoraggiato le semine. 

«Come per gli altri cereali – prosegue Cinquemani – il raccolto dipende dalle superfici seminate e dalle rese, a loro volta influenzate dall’andamento meteorologico. Siccità, temperature elevate e piogge nelle fasi più delicate possono incidere sia sui volumi sia sulla qualità della granella».

«Il peso dell’Italia sul mercato mondiale è però molto diverso rispetto al frumento tenero. A fronte di una produzione globale di circa 35 milioni di tonnellate, il raccolto italiano rappresenta all’incirca un decimo del totale. Sommando produzione e importazioni, inoltre, la filiera nazionale utilizza circa 6,5 milioni di tonnellate, quasi il 20% della disponibilità mondiale». Come osservato anche da Saguatti, in questo scenario, in cui l’Italia si profila come un attore importante come produttore, ma soprattutto come consumatore, l’importazione rappresenta «una componente strutturale della filiera, necessaria a mantenere in funzione molini e pastifici».

«Le importazioni – approfondisce Cinquemani – coprono fino all’80% della produzione nazionale. Come anticipato, i campi italiani non sono sufficienti a soddisfare la domanda dell’industria. Nel 2025 sono state importate 2,90 milioni di tonnellate di grano duro, pari al 79% della produzione nazionale di quell’anno. Nel 2020 sono state pari a 3,03 milioni di tonnellate, il 76% del raccolto italiano».

«Sono poi scese a 2,24 milioni nel 2021 e a 1,85 milioni nel 2022, rispettivamente il 54 e il 49% della produzione. Nel 2023 le importazioni sono tornate sopra i 3 milioni di tonnellate, raggiungendo l’80% del raccolto. Nel 2024 si sono invece fermate a 2,67 milioni, pari al 74% della produzione».

Tra i principali fornitori di grano duro c’è il Canada, che nel 2025 ha fornito all’Italia 903mila tonnellate di grano duro, cioè il 31% delle importazioni complessive.  Seguono «la Grecia, con 376mila tonnellate (13%), e il Kazakistan con 333mila (11%). Dagli Stati Uniti sono arrivate invece 206mila tonnellate, mentre la Turchia ne ha fornite 171 mila».

«Essendo il principale esportatore mondiale, il Canada ha anche un ruolo decisivo nella formazione dei prezzi. La sua produzione è molto variabile e dipende soprattutto dall’andamento meteorologico, in particolare dalla disponibilità di acqua. Nelle annate favorevoli il raccolto canadese può raggiungere volumi compresi tra 7 e 8 milioni di tonnellate, mentre durante le campagne segnate dalla siccità può scendere molto più in basso».

Si tratta di variazioni importanti che, riguardando la produzione del principale Paese esportatore, determinano realmente il mercato. Come emerge anche dall’analisi di Seguatti,  «anche il raccolto italiano influenza le quotazioni nazionali, ma non può essere considerato isolatamente. Se l’offerta canadese e quella degli altri esportatori sono abbondanti, un calo della produzione italiana non è necessariamente sufficiente a sostenere i prezzi. Al contrario, una forte contrazione del raccolto canadese può far salire le quotazioni anche in presenza di una buona campagna in Italia».

Negli ultimi anni, prosegue Cinquemani, «anche la Turchia ha avuto un ruolo rilevante. Pur essendo normalmente un importatore netto, nelle campagne caratterizzate da produzioni abbondanti è riuscita ad esportare quantità importanti, aumentando l’offerta disponibile vicino al mercato europeo e creando pressione sui prezzi».

Per quanto riguarda invece la produzione, «l’Italia produce circa 4,1 milioni di tonnellate di pasta e ne esporta oltre la metà. Nel 2025 le esportazioni sono state pari a 2,163 milioni di tonnellate». La prima destinazione è stata la Germania, «con 425mila tonnellate e una quota del 20%. Seguono gli Stati Uniti con 293 mila tonnellate, il 14%, e Regno Unito, Francia e Giappone, ognuno con circa 240 mila tonnellate e una quota dell’11%». Una filiera la cui forza, come sottolineato da Saguatti, risiede «nella capacità di trasformare il grano, nazionale e importato, in un prodotto riconosciuto in tutto il mondo. Ma per una parte dei consumatori anche l’origine della materia prima rappresenta un elemento di valore».

«Le linee prodotte con grano 100% italiano – si collega Cinquemani – possono infatti intercettare i consumatori disposti a riconoscere un premio per la provenienza, la tracciabilità e il sostegno alla filiera agricola nazionale».

Data l’attuale impossibilità, a causa dei quantitativi insufficienti e della qualità della granella non sempre conforme, di soddisfare autonomamente le necessità industriali, si profila, quindi una nuova sfida: «costruire filiere capaci di produrre più qualità e di remunerarla, senza contrapporre in maniera semplicistica il grano nazionale a quello importato».


1  Tommaso Cinquemani, Pasta, ecco perché l’Italia è costretta ad importare grano duro, «AgroNotizie», 29/07/2026 https://agronotizie.imagelinenetwork.com/agricoltura-economia-politica/2026/07/29/pasta-ecco-perche-l-italia-e-costretta-ad-importare-grano-duro/89550.

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